Ho ventiquattro anni, studio Psicologia per la Formazione all’Università di Verona, e dopo anni di teorie ho deciso di addentrarmi concretamente nel mondo dei formatori. Sono partito da una domanda semplice: qual è l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro di formatori esperti? Ne è nato un progetto di un anno, tredici interviste in profondità a formatori che usano questi strumenti nel loro quotidiano, e una tesi di laurea che porta il titolo L’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nella Formazione. Una ricerca sull’opinione di Formatori esperti.
L’ipotesi di partenza era, più o meno, quella che chiunque si aspetterebbe. I formatori usano l’AI, risparmiano tempo, sono contenti. È andata diversamente, e questo per me è stato il primo dato interessante. Il tema che emerge con più forza, quasi all’unanimità, da undici intervistati su tredici, non è l’entusiasmo per i nuovi strumenti ma la preoccupazione per quello che ho imparato a chiamare affidamento acritico. È quella condizione in cui uno strumento che non è un oracolo inizia a essere trattato come tale, prima di tutto dai formandi ma talvolta anche dai formatori stessi.

Analizzare il modo in cui i professionisti hanno descritto questa tendenza è stato un punto focale per la ricerca, non solo per i contenuti emersi, ma principalmente per il sentimento d’incertezza trasmesso.
Il ragionamento che i formatori intervistati hanno smesso di dare per scontato, e che hanno iniziato a insegnare esplicitamente nei loro corsi, è questo: i sistemi AI attuali sono probabilistici, non infallibili. Spiegare cosa significa che una macchina produce un output statisticamente plausibile, e dunque non necessariamente vero o accurato, è diventato parte integrante del loro lavoro quotidiano. Onestamente non mi aspettavo di trovare questa preoccupazione così diffusa, e mi ha fatto riflettere a lungo su quanto la formazione, oggi, debba farsi carico anche di un’alfabetizzazione critica che fino a pochi anni fa non era nemmeno nel suo perimetro.
Il collaboratore silenzioso
L’altro tema dominante della ricerca è più sorprendente, nel senso buono, perché restituisce un’immagine dei formatori meno difensiva di quella che spesso si racconta. I formatori non vivono l’AI come una minaccia al proprio ruolo, ma come un collaboratore con cui dialogare per amplificare la propria creatività, costruire percorsi più inclusivi e adattare i materiali a bisogni specifici che prima richiedevano ore di lavoro su misura.
Alcuni la descrivono come uno stagista intelligente, e l’immagine mi piace molto perché coglie esattamente la natura del rapporto: qualcuno a cui delegare una prima bozza, un’esplorazione, una variante, per poi tornare a ragionare con la propria testa su quello che è stato prodotto. C’è anche chi ha descritto l’AI all’occorrenza come un tutor, qualcuno in grado di fornirti gli elementi essenziali di un campo che prima non conoscevi e che ora vuoi approfondire. La distinzione tra sostituzione e moltiplicazione delle proprie capacità sembra ovvia finché non la senti dire da qualcuno che fa questo mestiere da vent’anni, e a quel punto cambia peso, perché smette di essere uno slogan e diventa una pratica.
Attenzione però, avere a disposizione un collaboratore così performante può, secondo diversi degli intervistati, portare a una progressiva atrofizzazione delle proprie competenze. Implementare gli strumenti AI nel proprio lavoro è molto diverso dall’affidarlo acriticamente a tali strumenti.
Il formatore che cambia
C’è una cosa che mi porto a casa da questa ricerca più di tutte le altre, ed è la trasformazione di ruolo che i formatori intervistati descrivono quasi senza rendersene conto, raccontandomi semplicemente come è cambiato il loro lavoro negli ultimi due anni.
Il formatore si sta spostando dalla figura di chi dispensa sapere a quella di un esperto di processo, cioè qualcuno che insegna non solo i contenuti ma anche come si dialoga con uno strumento che produce contenuti, come si valida un output, come si trasforma un errore dell’AI in un’occasione di apprendimento invece che in un problema da nascondere. È una delle evoluzioni di ruolo più interessanti che stia osservando in questo momento, e il fatto che emerga dalle parole di chi lavora sul campo ogni giorno, e non da un paper teorico scritto a tavolino, la rende concreta e difficile da ignorare.
Non sono un esperto di AI, e non ho scritto questa tesi per diventarlo. Sono un laureando che ha avuto la fortuna di poter fare domande, di ascoltare con attenzione tredici professionisti che hanno accettato di raccontarmi il loro lavoro, e di provare a capire cosa sta succedendo davvero in un settore che cambia più velocemente di quanto riusciamo a studiarlo.
Quello che ho trovato non risolve le grandi domande sul futuro della formazione, e sarebbe presuntuoso pensare che potesse farlo, ma le mette a fuoco un po’ meglio di molte cose che circolano sull’argomento. Il valore principale di questa ricerca risiede nel contributo diretto che hanno dato i professionisti coinvolti, ovvero coloro che tutti i giorni vivono questo cambiamento.
Se ti occupi di formazione, o semplicemente di persone che imparano, spero che qualcosa di quello che ho raccontato qui ti sia utile, e magari ti faccia venire voglia di leggere il lavoro per intero.
Ricerca condotta sotto la supervisione del Professor Carlo Callegaro, Università degli Studi di Verona. Per contatti e approfondimenti: riccardonogara01@gmail.com





